Accolgo con piacere questa possibilità di parlare dell’esperienza della “didattica dell’emergenza” a distanza. Mia figlia è una studentessa del primo anno della facoltà di Medicina e Chirurgia.
È evidente che il disagio vissuto dai bambini e dalle loro famiglie in questa fase così delicata risulta amplificato rispetto a quello dei ragazzi più grandi.
Tuttavia mi permetto di inserirmi nel dialogo perché anche gli studenti universitari, con i mezzi a distanza, non ricevono una formazione degna di tale nome.
I collegamenti non sempre funzionano, i professori spesso spostano gli orari delle lezioni e/o sacrificano le pause costringendo gli studenti a veri tour de force mediatici e/o a saltare parte delle lezioni per poter pranzare.
Anche quando tutto funziona, alcune materie, già ostiche in facoltà, diventano macigni se affrontate mediante slides asettiche e poca verve del docente.
Al contrario, si verificano poi casi di professori eccessivamente volenterosi/zelanti che, forti del fatto che i ragazzi sono “a riposo” a casa, prolungano la durata delle lezioni oltre il termine previsto.
Mia figlia, che ha già problemi di vista, dopo tante ore passate davanti al pc accusa forti mal di testa che non le consentono di proseguire nello studio.
Da quello che dicono anche gli altri compagni di facoltà, spesso, per esasperazione, si resta collegati ma l’attenzione se ne vola via velocemente.
Non mi soffermo, ma ci sarebbe da scrivere un romanzo sulle differenze tra atenei…
Lo strumento della formazione a distanza, divenuto necessario per tamponare una situazione emergenziale, non può sostituire l’istituzione scolastica cosi come noi adulti l’abbiamo conosciuta e frequentata.
Noi, cresciuti in un tempo di scuola aperta a tutti, ora vorremmo limitare l’istruzione a tante ore passate davanti a pc, tablet o smartphone? E chi è meno fortunato non studierà proprio?
Mia figlia ha vent’anni ed è riuscita a completare l’istruzione obbligatoria in buoni istituti pubblici e, nella media, è stata seguita da bravi insegnanti.
L’istruzione è un diritto fondamentale, se non si investe sull’istruzione non si investe sul futuro di un paese.
Già prima della crisi sanitaria eravamo giunti al limite: sempre meno fondi per l’istruzione pubblica e tante, troppe, differenza tra nord e sud… ora il tablet come sostituto dell’insegnante?
No, grazie. No, senza possibilità di ripensamenti.
Lascio ai pedagoghi, agli psicologi e a chi è attivo direttamente sul campo tutte le considerazioni sul valore dello stare insieme (in modo particolare per i più piccini, che perdono l’opportunità di crearsi quelle amicizie che spesso si rivelano le più durature nel tempo) e della magia/responsabilità di un vero educatore, che può aiutare a indirizzare un bambino verso il proprio destino.
Tralascio pure di commentare le evidenti difficoltà di gestire la formazione a distanza quando entrambi i genitori lavorino.
Rivendico però come madre, donna e nonna delle future generazioni, il diritto di vedere crescere i giovani in un mondo pieno di pace, libertà, senso di appartenenza e in scuole “vere”, fatte di mattoni, piene di colori e di bravi educatori – giustamente retribuiti per questo loro compito così importante – e nelle quali i giovani siano aiutati a crescere come persone consapevoli.
Un piccolo riferimento infine ai test per accedere alle facoltà universitarie: l’ennesima follia, che lede anch’essa il sacrosanto diritto di un ragazzo di provare a seguire il suo sogno.
Sono da eliminare senza “ma” e senza “se”. Saranno l’impegno, l’attitudine e la tenacia individuali a fare il resto.
Un accorato ringraziamento a chi porta avanti con coraggio questa battaglia per una Scuola migliore.
Donatella
La mia esperienza in un quanto madre relativamente alla “didattica dell’emergenza” a distanza non è assolutamente positiva, anzi la definirei molto negativa.
Mia figlia è al secondo anno di università, ha 21 anni e, nonostante la sua università fosse già strutturata con una parte di docenza on-line, la totale assenza di lezioni “vere” frontali, il non poter condividere il percorso di studi con i suoi compagni, il non avere di fatto alcuna relazione con i docenti (se non in chat) rende il tutto molto meno interessante, oserei dire molto meno appassionante, e senza la passione vi è dispersione scolastica, a tutti i livelli.
È nella relazione umana, nel confronto e nelle differenze che si cresce e si diventa uomini e donne, si comprendono a fondo le propensioni, si toccano con mano i propri limiti, si impara a riconoscere i pregi e si sviluppa la capacità di avere una sana competizione…
Non sono assolutamente d’accordo sulla possibilità che la “didattica dell’emergenza” a distanza sostituisca l’attuale sistema scolastico.
Vi prego, come movimento, di attivarvi al fine di scongiurare questa evenienza.
Paola
Io da docente delle superiori posso semplicemente dire che in questo nuovo modo di fare scuola con la “didattica dell’emergenza” a distanza c’è l’apoteosi dell’egocentrismo. Manca ciò che dovrebbe motivare ciascuno studente e ogni insegnante, il contatto umano, gli sguardi, le relazioni vis à vis alla base di ogni mera e sterile trasmissione di nozioni a distanza.
Spero che presto si torni in classe.
Lea
Spedisci anche tu, sotto forma di lettera aperta all’indirizzo tutela.scuola@lascuolacheaccoglie.org, le tue esperienze sulla “didattica dell’emergenza” a distanza e le soluzioni che “funzionano” – anche se non ottimali – che temporaneamente sono state adottate! Le pubblicheremo in home page sul nostro sito e nella sezione IL CORAGGIO DI TUTELARE LA SCUOLA