Sono il padre di una ragazza di 15 anni frequentante la prima superiore e di una bimba di 5 anni frequentante la materna.
Sono molto preoccupato e allarmato per l’uso della “didattica dell’emergenza” a distanza, che non può in nessun caso sostituire il contatto diretto che sta alla base di ogni esperienza umana: dal più banale stare fianco a fianco al più profondo gesto d’amore.
Tutte e due le mie figlie hanno ripercussioni, la più grande ha volontariamente interrotto le lezioni online da più di un mese ormai e dopo alcuni giorni di stato quasi catatonico in cui non mangiava e rimaneva sempre a letto nella sua camera senza comunicare con nessuno, ci siamo appoggiati all’aiuto di una psicologa che una volta a settimana, via telefono (altra assurdità!), sta cercando di supportare il suo enorme disagio.
La più piccola manifesta la sua mancanza di socialità con i coetanei con qualche scena di isterismo e in qualche momento con il rifiuto di uscire, anche solo per prendere un po’ d’aria e di sole.
Non posso assolutamente pensare a prolungare ancora per molto questa situazione. La mancanza di socialità già negli adulti arreca gravi danni, negli adolescenti e nei bambini potrebbe compromettere seriamente il loro futuro! Piuttosto della scuola a distanza, da settembre faremo una sorta di homeschooling in ambienti all’aperto privati.

Paolo
Sono mamma di due bambini, uno di 8 anni, terza elementare, e una di 5, prima infanzia.
Sono molto preoccupata che si possa anche solo pensare a una scuola che a Settembre adotti la “didattica dell’emergenza” a distanza come strumento di insegnamento.
In questo momento di emergenza la nostra famiglia, come tutte, si è vista nell’urgenza di scaricare nuovi programmi e spiegarli ai figli, si è destreggiata davanti a svariati strumenti informatici da proporre alla prole senza più possibilità di scelta familiare e oltretutto dovendo gestire la presenza di fratelli più piccoli che in altre condizioni non sarebbero certo venuti a contatto così precocemente con tecnologie adatte ad altre età.
Mio figlio davanti al primo incontro in forma di meeting con telecamere mi ha detto “Mamma non ne ho voglia, mi viene tristezza a non vedere e giocare di persona con i miei amici” e si è sentito forzato in questo delicato momento nel quale vanno trattate in modo più sensibile le emozioni.
Io mi ritengo fortunata nella sfortuna di essere a casa inoccupata perché proprio nel momento della crisi stavo cercando lavoro; ora sarà difficile per me rimettermi alla ricerca di una professione ma sono contenta di stare vicino ai miei figli e seguirli perché questo sistema richiede molta più presenza a carico delle famiglie e perché lasciarli di fronte a computer da soli non sarebbe possibile.
Mio figlio fatica inoltre ad acquisire nozioni solo attraverso video in classe; il suo modo di apprendere è multisensoriale, qui invece guarda video o ascolta lezioni, non tocca materiali, non costruisce in lavori di gruppo, non può utilizzare strumenti artistici se non quelli in dotazione nelle case; per non parlare della libera scelta dei materiali, un’opportunità che in classe aveva. Non fa esperienza di biblioteca né di gite né di conoscenze sul territorio .
L’insegnamento è contatto e calore, l’insegnamento è trasmettere la passione… Non può essere sostituito da uno mezzo distante e freddo e non può essere mediato da un oggetto, deve essere diretto ed è frutto di una continua interazione nella quale l’alunno fa domande e presenta dubbi, anche con u tipo di comunicazione non verbale. I maestri sono bravissimi nell’adattarsi a questa emergenza momentanea e stanno facendo del loro meglio, ma non si può pensare a strutturare dal nuovo anno scolastico un sistema che preveda al suo interno la didattica on line.
Mancherebbe tutta la socializzazione, l’aspetto di vita quotidiana, il ritmo specifico dell’ambente classe e la comunità.
Mi trovo decisamente contraria a valutare una “didattica dell’emergenza” a distanza e ad investire in e-learning; inoltre ritengo che riaprire le scuole sia una misura urgente.

Beatrice
Sono madre di due adolescenti di 14 e 16 anni ed insegnante di scuola materna.
Sono fermamente convinta che la “didattica dell’emergenza” on-line non possa essere una modalità ottimale per “fare” scuola.
Oltre alle problematiche legate all’utilizzo della tecnologia: fisiche (posture scorrette, occhi arrossati, ecc.) e strutturali (strumentazione di base e accessoria costosa, come computer e ad esempio stampanti e scanner…).
In questi giorni nei quali saltano le connessioni web il vero dramma è che “salta” la relazione.
Il vero apparato educativo è la relazione che ogni alunno instaura con i suoi insegnanti e le reti di relazione che si costituiscono tra gli alunni di quella speciale classe.
In questo anno funestato dalla paura, la modalità on-line può essere sostenuta solo dalla relazione che è stata costruita nei mesi e negli anni precedenti.
La scuola in remoto vive del ricordo di ciò che è stato, e dunque ha una scadenza: l’imminente conclusione, come ci auguriamo tutti, di questa emergenza sanitaria.
Un paese serio, tramite i suoi politici sostenuti dai cittadini, deve interrogarsi e cercare soluzioni su come garantire “la libertà” dei suoi cittadini, deve assicurare una sanità che si prenda cura di tutti e un sistema educativo pluralistico che garantisca alle future generazioni di manifestare la loro unicità come risorsa per la collettività.
Abbiamo bisogno di “crescere” uomini e dare dignità ai nostri anziani.
Ombretta

Spedisci anche tu, sotto forma di lettera aperta all’indirizzo tutela.scuola@lascuolacheaccoglie.org, le tue esperienze sulla “didattica dell’emergenza” a distanza e le soluzioni che “funzionano” – anche se non ottimali – che temporaneamente sono state adottate! Le pubblicheremo in home page sul nostro sito e nella sezione IL CORAGGIO DI TUTELARE LA SCUOLA